La festa della donna
Dall’inizio del XX secolo, la data dell’8 marzo segna una ricorrenza ad altissimo valore simbolico che negli ultimi anni, anche se banalizzata dai media e a volte ridotta a rito consumistico, resta un’occasione di ampia mobilitazione e di trasmissione di memoria tra le generazioni.
E’ innegabile che nel corso degli anni le donne hanno fatto passi da gigante ma forse ci sono distanze che è difficile colmare; se si guarda alla storia si scopre che la festa della donna è molto più di un ramo di mimosa, se si guarda il mondo di oggi si scopre che forse c’è ancora qualche motivo per ricordarsi dell’8 marzo.
Quello dell’emancipazione femminile è un cammino lungo, parte in sordina nel ‘700 poi dalla seconda metà del ‘900 accelera a un ritmo vertiginoso. Oggi le donne occupano molti posti di potere, possono intraprendere qualsiasi carriera desiderano, spesso dirigono staff maschili, la parità uomo donna sembra ormai raggiunta, ma è davvero così? Per alcuni forse questi dati sembreranno andare contro l’evidenza eppure le donne, soprattutto nei posti di lavoro, vengono ancora discriminate.
Parliamo di manager…
Secondo un recente rapporto di Federmanager (Federazione Nazionale Dirigenti Aziende Industriali), le donne dirigenti in Italia sono molto poche e il loro numero continua a diminuire rispetto a quello dei colleghi maschi. Principale causa di questa riduzione è una discriminazione salariale: le donne manager, nelle medie aziende industriali percepiscono una retribuzione fissa inferiore a quella degli uomini (20% in meno) e, se prendiamo in considerazione la parte variabile, le differenze sono ancora maggiori (circa il 30% in meno). Basta pensare che nel 2005 la retribuzione annua media delle donne è stata di 76.932 euro, contro i 92.824 euro degli uomini. Anche i bonus e gli aumenti retributivi seguono la stessa tendenza: le donne hanno avuto una quota variabile pari a 12.959 euro contro una quota variabile degli uomini pari a 16.837 euro. A fronte di aumenti extra contrattuali pari a 6.716 euro percepiti dall’intero campione, le donne manager hanno percepito aumenti medi pari a 5.915 euro.
Bisogna, inoltre, considerare come si diventa manager. Sempre secondo un’indagine di Federmanager, condotta su un campione di 1200 dirigenti, l’assunzione di una donna manager è agevolata, nel 38,5% dei casi, da conoscenze personali, nel 32,5% dei casi da iniziative create e sviluppate dalle stesse donne e, solo il restante 30%, è stato assunto a seguito di risposta ad annunci o attraverso la selezione da parte di società di consulenza. Va considerato anche che solo il 30% del campione è stato assunto già con la qualifica di dirigente, mentre il restante 70% è stato promosso successivamente, mediamente intorno ai 38 anni.
Se ci spostiamo dal nostro Paese e guardiamo all’Europa, la situazione non è molto più rosea. Secondo i dati , infatti, molte donne lasciano il lavoro a causa delle difficoltà che incontrano nel conciliare la vita professionale e quella familiare. Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, è del 15% inferiore a quello degli uomini. Le donne che lavorano sono spesso confinate in un ristretto numero di settori: più del 40% lavora nell’istruzione, nella sanità o nella pubblica amministrazione, contro il 20% degli uomini. Il lavoro a tempo parziale è scelto dal 32% delle donne occupate, contro poco più del 7% degli uomini. Va sottolineato, inoltre, che occupano pochi posti di responsabilità: appena il 32% dei dirigenti, il 10% dei membri dei consigli di amministrazione e il 3% degli amministratori delegati delle grandi imprese sono donne.
… e di politici
Se per una donna è difficile avventurarsi nel mondo manageriale, ancora più difficile sembra quello della politica. Nel nostro Paese, la classe politica, che dovrebbe rispecchiare e rappresentare la composizione della popolazione, risulta tutt’altro che rappresentativa: la percentuale di donne presenti alla Camera dei deputati è del 10%; al Senato della Repubblica questa quota scende ulteriormente. Senza contare che, per numero, le donne italiane sono ultime al Parlamento europeo.



Per favore non parlateci di potere ( in occasione della festa della donna, 6 marzo 2010)
Difficile immaginare, nella banale ricorrenza di una festa imposta dalle ormai scoperte ragioni di mercato,ma di cui volendo si potrebbero richiamare le forti ed originarie valenze ideologiche, difficile immaginare un intervento che, volendo affrontare il problema del rapporto tra donne e potere, tra donne e letteratura, non appaia il solito sproloquio vetero- femminista.
La riflessione nasce all’indomani di un’interessante conferenza tenuta da Daniela Marro per la Società “Dante Alighieri” di Frosinone, dal titolo “Noi vogliamo il disprezzo della donna”. Anni dieci: cartoline dall’universo femminile”, nella quale, nell’ambito di una serie di riflessioni sul Futurismo, è stata messa in luce la posizione antifemminista non solo degli uomini futuristi, ma delle donne. E’ infatti con il “Manifesto della donna futurista” di Valentine de Saint Point che emerge la concezione di una femminilità istintivamente primordiale e selvaggia che si appaga e si identifica con l’uomo forte e vittorioso che la possiede. A seguire, dopo il più trito maschilismo ammantato di novità, un ritorno all’ordine ancora più scoperto ci sarà nel 1920 con il manifesto marinettiano “Contro il lusso femminile”, che propone questa volta e per ragioni di comodo una donna tutta grazia e femminilità.
Ma questa è storia.
Come pure è storia che la questione femminile , o meglio l’emancipazione femminile prende le mosse almeno dal XVIII secolo con l’affermarsi delle idee di uguaglianza e di libertà dell’Illuminismo, si impone come centrale nel Novecento, mentre è nel Secondo Dopoguerra che si assiste prima pian piano, poi sempre più negli anni ’70 e ’80, ad una decisa trasformazione del ruolo della donna all’interno della società, parallelamente al riconoscimento di diritti fondamentali e all’istituzione di misure legislative, affinché la donna possa gestire autonomamente e con piena libertà le proprie scelte: si va, dopo l’acquisizione del diritto di voto, in Italia solo nel 1946, dalla ‘liberazione sessuale’, all’uso della pillola contraccettiva, alla legge sull’aborto, al diffondersi della pratica del divorzio, ad una più decisa affermazione della parità dei ruoli all’interno della famiglia e della coppia.
Ma siamo davvero alla tanto sbandierata parità dei sessi? A livello di opportunità intendo, di pari possibilità nel mondo del lavoro, della politica, di raggiungere e di mantenere posizioni dirigenziali e di prestigio, anche nell’universo dell’arte e della scrittura?
E se la letteratura è politica, è proprio qui che emerge allora il segnale del permanere di una egemonia e di una prospettiva di potere tutta maschile : ancora pochi i nomi e le voci femminili autorevoli, da tenere a mente , nonostante sia cresciuto il numero delle scrittrici di ultima generazione, ancor più pochi nell’ambito della critica letteraria e degli studi.
E’ a livello culturale dunque, e in modo sorprendentemente rivelatore, che risalta l’evidenza di uno strapotere malgrado tutto: è ancora quella maschile l’immaginazione al potere!