Il personaggio da raccontare – Franca Rame
Franca Rame è nata nel 1929. Proviene da una famiglia di artisti girovaghi e calca le scene da quando è nata. Ha sposato Dario Fo nel 1954 e da allora collabora con lui come attrice e scrittrice. Dopo aver fondato la compagnia Fo-Rame, nel 1969 ha creato La Nuova Scena ed in seguito La Comune. Ha rappresentato i suoi spettacoli in tutto il mondo e gode di fama internazionale sia per le sue qualità di attrice che per il suo impegno politico e sociale.
L’intervista a Franca Rame di S.Taviano
da “The Open Page”- Theatre, Women, Struggle, n. 9, marzo 2004.
E’ cominciata in questo inverno 2004 la tourneé di Anomalo bicefalo, la nuova commedia scritta da e con Franca Rame e Dario Fo che sta già avendo un grande successo. Franca non si sente bene ma questo non le impedisce di continuare a scrivere, di lavorare sullo spettacolo, di provare con Dario e persino di concedermi un’intervista per telefono. Quando la chiamo, Franca è al computer, sta aggiornando il testo. Tutte le sere infatti la commedia viene registrata e il giorno dopo Franca inserisce le improvvisazioni.[…] Finalmente iniziamo: “ Sono pronta, a tua disposizione.” La sua voce non nasconde la stanchezza e l’affaticamento, ma il tono è quello disponibile e generoso della Franca di sempre, di una donna che ha fatto della lotta la sua ragione di vita. Lotta intesa come lotta politica, lotta di classe, lotta sociale, lotta a favore dei più deboli, lotta per i diritti delle donne, per quelli dei prigionieri politici, lotta portata avanti senza compromessi o mezzi termini, a livello nazionale e internazionale, pubblico e privato, in quanto donna, in quanto Franca Rame, scrittrice, attrice, moglie del premio Nobel Dario Fo. Emozionata, comincio con la prima domanda:
Il tema di questo numero di “Open Page” è lotta e tu hai sempre condotto una lotta personale in quanto donna, moglie di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997: hai scritto testi sul ruolo della donna e sui rapporti di coppia. Potresti parlare di questo aspetto, del tuo impegni femminista, se posso definirlo così?
In genere vengo considerata come la moglie di Fo e basta. Questo una volta mi pareva assai offensivo, in quanto significava poco rispetto per la persona. […] Dario è sempre stato considerato come l’artista, ma a fianco della sua creatività grande c’era e c’è la mia, più piccina forse, certo meno appariscente, altrettanto importante per il comune discorso. E’ a me che Dario legge i suoi testi, e insieme li discutiamo, li ragioniamo, li ripensiamo, li riscriviamo o addirittura, come nel caso di Parti femminili li scriviamo. In Parti femminili , in cui titolo è un gioco di parole (parti teatrali come parti fisiche) la protagonista è una donna che racconta storie di donne mettendo in evidenza, attraverso la finzione teatrale, problemi sociale, culturali, politici, fisici e umani della donna di oggi. Il mio impegno è femminista in quanto impegno politico, non come lotta sterile contro gli uomini; si tratta di un cammino che si deve fare mano nella mano con l’uomo, magari qualche volta calcio nelle gengive, ma mano nella mano. La crescita deve essere di entrambi. Si sono commessi molti errori, si sono spesso mutati dei modelli maschili senza però cambiarli davvero, ma era un momento giovane che è stato ferito mortalmente dal terrorismo e della situazione socio- economica. Comunque abbiamo fatto dei passi importanti: abbiamo ottenuto il divorzio e la legalizzazione dell’aborto. Il diritto al lavoro deve continuare ad essere difeso perché le donne sono quelle che più di tutti pagano la disoccupazione. E senza lavoro e libertà economica è difficile avere l’indipendenza. Sono le strutture sociali così come sono, costruite sui bisogni, che impediscono la vera parità fra uomo e donna. Non è il maschio come essere umano che è necessariamente negativo. Quante volte lo siamo anche noi donne? Data la mia età posso ben dire, e per esperienza personale e per le centomila storie che ho ascoltato da altre donne, che la peggior nemica della donna è proprio la donna. Dobbiamo imparare a comportarci da sorelle. Diciamo di essere unite nella lotta, nelle grandi manifestazioni, ma nel privato pensiamo solo a noi…
Vorrei farti un’altra domanda su una lotta apparentemente più personale, ma che tu hai trasformato nella lotta di tutte le donne, quella contro lo stupro. Il tuo monologo credo sia l’arma più potente contro questa piaga che continua ad affliggere donne di tutto il mondo. Potresti raccontarci questa esperienza estrema di lotta come donna?
Stupro è un testo che ho scritto contro la violenza sessuale e che mi ha dato molto. Per due anni non raccontai a nessuno di essere stata violentata. A tutti, mio marito compreso, avevo detto di essere stata picchiata. Una violenza come quella che ho subito è un trauma che ti senti addosso per sempre. Dei miei aggressori per molti anni non si è mai saputo nulla, non li hanno mai presi, nonostante le rivelazioni del pentito Angelo Izzo nell’87 al processo per la strage di Bologna. […]
Il testo è sulla mia esperienza, senza dire che è la mia, ma come esperienza di un’altra donna, una testimonianza civile che rendo nella speranza che possa servire. Molti giovani mi scrivono: “ Stavo per…poi m’è venuta lei, signora, davanti agli occhi con il suo Lo stupro e mi sono fermato”: Dovrebbe essere rappresentato alle elementari. Solo se si spiega a un bambino cos’è la violenza di qualsiasi tipo, ma soprattutto quella sessuale, potremo sperare in un mondo migliore per tutti…
Franca Rame, attrice, comica, intellettuale, donna, viene sequestrata e stuprata la notte del 9 marzo 1973 da un branco di uomini, legati ad ambienti di destra e al traffico d’armi. Durante lo stupro viene insultata e seviziata. I responsabili erano giovani legati alla destra neofascista dell’epoca: Angelo Angeli, Biagio Pitarresi, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”.
Solo dopo la conclusione del processo del 1998 si saprà che lo stupro era stato ‘ispirato’ da alcuni alti ufficiali della divisione di Carabinieri Pastrengo.
“L’allora generale Giovanni Battista Palumbo gioì alla notizia dello stupro ed esclamò: “ Era ora””
Essendo passati 25 anni dai fatti, il reato era caduto in prescrizione e quindi i responsabili non erano perseguibili. Scalfaro, allora presidente della Repubblica, presentò pubbliche scuse alla Rame, violentata da una parte dello Stato.
Il suo è un caso di stupro politico, oltre alla donna si colpisce l’impegno, il suo essere fuori dagli schemi, il lavoro, la creatività e l’attivismo portate avanti con il marito, Dario Fo. Si colpisce la donna, l’indipendenza, l’autonomia, il femminismo ai suoi albori, e la volontà delle donne di camminare di notte senza avere paura.
“LO STUPRO”, 1975
PROLOGO
al centro dello spazio scenico vuoto, una sedia.
FRANCA – Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie. Nell’ultima settimana sono arrivate al tribunale di Roma sette denunce di violenza carnale.
Studentesse aggredite mentre andavano a scuola, un’ammalata aggredita in ospedale, mogli separate sopraffatte dai mariti, certi dei loro buoni diritti. Ma il fatto più osceno è il rito terroristico a cui poliziotti, medici, giudici, avvocati di parte avversa sottopongono una donna, vittima di stupro, quando questa si presenta nei luoghi competenti per chiedere giustizia, con l’illusione di poterla ottenere. Questa che vi leggo è la trascrizione del verbale di un interrogatorio durante un processo per stupro, è tutto un lurido e sghignazzante rito di dileggio.
MEDICO – Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere… una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO – Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
GIUDICE – È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO – Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI – Si è sentita umida?
GIUDICE – Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO – Lei ha goduto?
MEDICO – Ha raggiunto l’orgasmo?
AVVOCATO – Se sì, quante volte?
IL BRANO
C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salita su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si danno da fare per spogliarmi: una scarpa sola,
una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.
Buio.
Franca Rame: «Sempre più vittime oggi tengono segreto l’abuso»
Intervista di Simona Ravizza
L’attrice: «Le capisco, ma è sbagliato. Solo parlare di violenza sessuale mi butta ancora all’aria il cuore, dopo 33 anni»
«Mio marito Dario (Fo, ndr) e gli amici mi hanno ripetuto mesi: “Franca hai qualcosa, devi andare da uno psicanalista”. Non sapevano nulla: io la forza di raccontare che ero stata violentata non l’ho trovata per ben due anni». Ma l’attrice e autrice teatrale si è tenuta tutto dentro fino alla stesura del monologo «Stupro»: «Adesso so che tacere è sbagliato nei confronti di se stesse e di tutte le donne — dice —. Ancora oggi prevalgono troppe volte paura e vergogna».
Oggi a Milano solo il 43% delle vittime denuncia alle forze dell’ordine di essere stata stuprata contro il 70% della metà degli anni Novanta. E per il Servizio violenze sessuali della clinica Mangiagalli gli abusi sono in aumento.
«Capisco la difficoltà delle violentate: paradossalmente l’abuso sessuale viene considerato un episodio poco onorevole in primis da chi l’ha subito. Per me è stato lo stesso. Io avevo 44 anni, mio figlio Jacopo 18. L’unico desiderio era quello di cancellare l’accaduto. Ma bisogna lottare contro il silenzio. Per tentare di dimenticare è prima necessario ricordare».
Che cosa fa scattare il coraggio di denunciare l’episodio?
«Io non riuscivo più a vivere con quel macigno sul cuore: per saltare in aria mi bastava che un uomo mi sfiorasse appena, anche solo con una sigaretta. A un certo punto non ce l’ho più fatta a tenere il segreto perché stavo male anche fisicamente».
Scrivere il monologo «Stupro» è stato in qualche modo terapeutico? Il suo debutto in teatro è stato nel 1977 nello spettacolo «Tutta casa, letto e chiesa». «Mio figlio mi dice che sono andata in analisi davanti al pubblico: in ogni caso vorrei precisare che l’episodio della donna violentata l’ho preso dal “Quotidiano Donna”».
Alcune spettatrici svennero. E portato in tv durante con «Fantastico 1987» il testo colpì anche il grande pubblico televisivo.«Sia chiaro: io sto male ogni volta che lo porto in scena. Solo parlare di violenza sessuale mi butta ancora all’aria il cuore anche se sono trascorsi 33 anni. Ma ogni volta mi ripeto: devo farcela per aiutare anche le altre vittime».
Lo spettacolo finisce con la frase «Li denuncerò domani». Sono tre parole che fanno capire la difficoltà di rivolgersi a carabinieri e polizia.«Ma alle donne voglio dire anche che quando sono riuscita a sfogarmi per me è stata, in un certo senso, una liberazione. Parlare è importante per alleviare il dolore».













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