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ODISSEO TRA CLASSICITA' E MODERNITA'
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La
libertà un diritto naturale
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Il personaggio di Odisseo, protagonista dell’Odissea, ha sempre esercitato un notevole fascino e una grande forza di attrazione, tanto da diventare un mito. Egli è l’uomo spinto dal desiderio di avventura, dalla volontà di conoscere il mistero; ma è anche l’uomo che ha alle spalle una lunga esperienza di guerra, dieci anni di sofferenze in battaglia e dieci anni di peregrinazioni, avversato dagli dei e animato dal solo desiderio di ritornare in patria e di abbracciare gli affetti, la moglie, il figlio ed il vecchio padre; un uomo fortificato dalle esperienze di vita e a cui non è certo mancata l’astuzia per far fronte a pericoli e difficoltà. Proprio queste molteplici sfaccettature del suo carattere e della sua personalità hanno fatto di lui l’eroe di tutti i tempi, stimolando la fantasia dei poeti, da Dante a Joyce, da Virgilio a Pascoli, passando per D’Annunzio, i quali ne hanno fatto l’emblema dell’intelligenza umana che, insaziabile di conoscere, sfida i divieti divini (Dante), o ancora dell’eroe alla ricerca del significato della vita (Pascoli), fino a diventare, in Joyce, espressione del dramma del piccolo borghese, imprigionato dalla civiltà contemporanea. Proprio questa varietà di interpretazioni e il fascino che avvolge il personaggio ci consente di osare degli accostamenti tra il mitico eroe e i protagonisti della storia, in particolare del secolo che si è appena concluso.
Moderni Odissei sono stati molti eroi della nostra resistenza, da G. Amendola a S. Pertini, da A. Spinelli a I. Silone che, combattendo apertamente come partigiani o in clandestinità, hanno conosciuto la guerra, l’esilio e il felice ma problematico rientro dopo la vittoria. La figura, tuttavia, che, a mio parere, più si può accostare all’eroe omerico è quella dello scrittore Primo Levi. Nato a Torino nel 1919 da famiglia ebraica di agiata borghesia, laureatosi in chimica, fu costretto a causa della sua origine semita ad impieghi semiclandestini, una semiclandestinità a cui anche Odisseo fece ricorso, per non farsi coinvolgere in una guerra che lo avrebbe allontanato dalla patria, quando, vestito da contadino, si mise ad arare il terreno, prima che Palamede lo scoprisse. Proprio le leggi razziali, applicate anche in Italia, fecero accostare Levi alle formazioni partigiane ma, scoperto, fu catturato e deportato ad Auschwitz, in Polonia, dove rimase fino al 1945. Come l’eroe omerico caduto prigioniero di Polifemo, anche Levi nel lager conobbe la triste realtà della prigionia: i compagni massacrati, il desiderio di fuga, il ricorso all’intelligenza per sopravvivere. Non a caso nel suo romanzo "Se questo è un uomo", narrando l’esperienza della prigionia ci racconta che, sostenuto sempre da "intenso desiderio di capire", in un momento di dialogo con Jean, un compagno di prigionia, cercava di spiegargli i versi danteschi dell’ultimo viaggio di Odisseo, forse per salvare quel qualche cosa di umano che ancora poteva sopravvivere nel lager. L’ostinato tentativo di ritrovare nella memoria i versi della Divina Commedia diventava in quel luogo una forma di resistenza all’annientamento totale della personalità. Ed è proprio questo desiderio di raccontare con animo commosso le proprie atroci esperienze – Ulisse presso la corte dei Feaci al re Alcinoo, Levi, nel chiuso della sua stanza, in un dialogo ipotetico con i lettori – che accomuna nuovamente i due personaggi. L’accostamento emerge ancor più se paragoniamo le disavventure di Odisseo nel ritornare ad Itaca a quelle del nostro eroe che, liberato dai Russi insieme agli altri prigionieri, inizia un lento e faticoso calvario per rientrare in patria. Odisseo, terminata la guerra di Troia, fu costretto a peregrinare per dieci lunghi anni nel Mediterraneo, tra le disavventure che lo vedono vittima delle magie di Circe e schiavo della seduzione di Calipso; Primo Levi è protagonista di una sorta di pietosa odissea che dal lager di Auschwitz lo porta inconsapevolmente verso la gelida Russia, costretto a seguire itinerari complicati a causa della ritirata tedesca dai vari Paesi europei, prima di salire su quel treno diretto a casa. Due eroi che fanno ritorno in patria, da soli, dopo aver perso durante il tragitto i compagni migliori. Due uomini per i quali il viaggio diviene impatto con l’eterno dilemma fra bene e male, ma anche strumento di conoscenza del mondo, degli altri e di se stessi; entrambi accomunati dall’ansia del ritorno a casa come luogo di pace, una pace individuale per Odisseo, divenuto "del mondo esperto e de li vizi umani e del valore" (Dante: Inferno canto XXVI), una pace condivisa con l’intera collettività per Primo Levi, maturata tra la paura di vivere del ritorno e la speranza che sulle sciagure umane possa tramontare definitivamente il sole. Alessandra Valletta IV D |